Paolo Paliaga Blog

Montaggio come magia ma anche come ritmo

Non starò qui a farvi la storia del montaggio. A parlarvi dei film di Melies, Edwin S. Porter, David W. Griffith etc etc. Tutto molto interessante ma certamente poco utile a chi vuole imparare oggi il montaggio. Certo lì sono poste la basi di quello che è diventato il montaggio attuale ma provate a guardare quei film. A meno che non si abbia il gusto per le cose retrò, dopo un primo effetto nostalgia e meraviglia, rimarrete alquanto delusi. Il linguaggio e la grammatica dei film, come tutte le cose invecchiano ed oggi quei film sono diventati veri e propri cimeli d’epoca, poco comunicativi per un osservatore contemporaneo.

E non starò nemmeno a definire con precisione il concetto di montaggio. Non è assolutamente facile e nemmeno così utile. Si può semplicemente dire che il montaggio serve a dare una forma, un ritmo ed un tempo ad un girato e a trasformarlo in narrazione visiva.

Diciamo invece piuttosto questo.

Montare. Non è un semplice incollare di frammenti di video. E nemmeno solo la conoscenza di un software da utilizzare.
Montare è anzitutto un approccio filosofico. Oltre che psicologico.
Montaggio è guardare, non semplicemente vedere.
Montaggio è saper ascoltare le immagini che cosa hanno da raccontare.
Montaggio è ragionare, riflettere, ponderare le infinite combinazioni offerte. Una vera e propria scrittura.
Montaggio è immergersi in un materiale girato. Saperlo “ascoltare”. Saperlo far lievitare. Montaggio è provare e riprovare. Spesso sapersi arrangiare. Altre volte invece impuntarsi. Esigere nuovo materiale.
Montaggio è una seconda scrittura, ma a volte anche una prima. Come nel documentario.

Pasolini al montaggio del film La rabbia

Pensiamo a quando guardiamo un panorama.

In cinematografia si tende a rendere un tale tipo di veduta con una panoramica (una ripresa realizzata facendo ruotare una telecamera, sul proprio asse). Ma pochi di noi guardano un panorama facendo la scansione con la testa da sinistra a destra (o viceversa) ed archiviando i dati visti. In realtà l’occhio umano procede per stacchi. Prima si guarda il panorama nel suo insieme, poi la mente dell’osservatore si va a focalizzare su singoli dettagli o particolari. La guglia di una chiesa, un campo coltivato ed il suo disegno geometrico scolpito dal trattore, un gruppo di case, di tetti … etc etc. Quando poi ricorderemo quel panorama la mente andrà a quei “quadri” memorizzati. Dunque guardare a stacchi è tipico del cervello umano ed il montaggio non fa altro che riprodurre il normale meccanismo dell’attenzione umana.

Lo scopo principe del montaggio è quello di rendere tale stacco il più possibile scorrevole e naturale facendo sì che lo spettatore non se ne accorga. Dargli l’illusione di assistere ad una scena come se fosse nella vita reale. Farlo immergere completamente in quel flusso narrativo ed emotivo che è il film. Facendo in questo modo si mette lo spettatore nelle condizioni di fargli ignorare anche piccole incongruenze secondarie che possono esserci.

Il montatore è dunque come un prestidigitatore. Deve approfittare del momento in cui lo spettatore è distratto dal pathos della scena (in particolare dall’evento drammatico che viene rappresentato) ed è lì che è può cambiare inquadratura in modo del tutto invisibile. Un po come il medico che prima di punzecchiarvi con l’iniezione batte alcune volte la parte interessata per distrarvi rispetto all’attesa di ricevere l’ago. Ed ecco che il piccotto della puntura diventa invisibile o meglio impercettibile.

Il montaggio come magia

Ma il montaggio è soprattutto ritmo.

Ritmo che da un lato è imposto dal tipo di inquadratura che si sta utilizzando, da un altro liberamente scelto dal montatore per connotare lo stile del film ed assecondare il tenore narrativo della storia raccontata.
Per quanto riguarda il primo fattore, cioè la durata di una inquadratura diciamo che essa non è affatto standard ma dipende da:

Tipo di contenuto rappresentato

Per un cartello stradale, un’insegna, un messaggio al cellulare ricevuto dal protagonista, bisogna concedere allo spettatore il giusto tempo perché egli possa cogliere il senso di ciò che vi è scritto.
Invece per riconoscere una pistola nella mani di qualcuno ed avvertire la pericolosità della scena bastano solo pochi istanti.

Campo o piano di ripresa utilizzato

Un campo lungo (quando la videocamera inquadra una spazio vasto) deve rimanere parecchio tempo perché ci sono parecchi elementi da leggere, interpretare, decodificare.
Un primo piano del protagonista (quando la videocamera inquadra il volto e parte del busto di un personaggio) necessità di molto meno tempo.

Tipo di contesto rappresentato

Una inquadratura che introduce un fatto inaspettato deve rimanere parecchio tempo sullo schermo, in modo che lo spettatore possa cogliere la novità del fatto inatteso, digerirla, farla sua.
Una inquadratura di qualcosa che già lo spettatore conosce già invece può durare molto meno.

Ma c’è davvero del bisogno del montaggio?
O si potrebbe raccontare un film senza alcuno stacco?

Nodo alla golaNodo alla Gola è un film di Hitchcock del 1948 che rappresenta il tentativo di raccontare una intera sceneggiatura senza alcuno stacco. Dunque è il tentativo di non usare alcun montaggio. Un esperimento del grande regista certamente degno di plauso, che testimonia tutta la sua creatività e ricerca di innovazione. Ma un esperimento come dire andato a male. Perchè il film è tanto sperimentale quanto noioso e sconosciuto al grande pubblico per via di quel rallentamento emotivo e drammatico che induce. Nodo alla gola non riesce a tenere la suspence e si trasforma in una piece teatrale. Insomma poco cinema e molto teatroLa lezione che ne possiamo trarre è che il montaggio è necessario.

Dall’altro canto avrete certamente presente una certa produzione di Muccinocaratterizzata da un forte e serrato ritmo di montaggio che dura molto a lungo. Anche lì si scopre qualcosa di interessante e quasi di inaspettato. Un film che procede come uno spot per minuti e minuti, caratterizzato dall’avvicendarsi di veloce sequenze di stacchi, dopo un po’ smette di parlare, di stimolare, di essere interessante. Non solo perché le inquadrature diventano sempre meno intellegibili ma soprattutto lo spettatore entra in una certo tipo di trance ipnotico che riduce la sua capacità di stare nel film e di assorbirne gli elementi trasmessi. Anche qui si può trarre la lezione che bombardare lo spettatore con troppe immagini e per troppo tempo è controproducente per la presa sul pubblico e per il film di per se stesso.

Dunque, come spesso avviene nella vita, la via da perseguire sta nel mezzo.

L’obiettivo ideale che un montatore deve perseguire è quello di alternare il ritmo, perseguire un giusto mix tra velocità e lentezza, alternare l’andatura.

Forte. Piano. Accelerare. Decelerare.

Come quando si procede con la macchina su una strada di montagna. Insomma non spingere sempre e solo al massimo. Altrimenti si va fuori strada. Un ritmo serrato e sostenuto può andare bene solo per spot e videoclip che per definizione durano molto poco. Mai in un film dove il montaggio è soprattutto sottostare a regole psicologiche di narratività per ovviare alla naturale e progressiva caduta dell’attenzione dovuta al trascorrere del tempo.

Alternare è la parola chiave.

 





paolopaliaga

paolopaliaga

Economo per formazione, informatico per vocazione, storyteller per passione. Da molti anni mi occupo di scrittura, storytelling, progetti di comunicazione e arti visive. Faccio parte del comitato artistico di Corto Dorico. Insegno nei corsi di cinema organizzati da Nie Wiem.